di Enrico Ratto


Nato nel 1935 a Pietrasanta, Romano Cagnoni è stato e sarà ricordato come uno dei fotografi più importanti del Ventesimo secolo. Già nel 1978 era stato citato insieme a Henri Cartier-Bresson, Bill Brandt, Don McCullin ed Eugene Smith come uno dei più grandi fotografi del mondo nel libro “Pictures on a Page” di Harold Evans, ex direttore del Sunday Times.



Sfuggito alla strage di Sant’Anna di Stazzema, alla fine degli anni’50 si trasferisce a Londra dove, nello studio di Simon Guttmann, pone le basi per la professione e da dove, dopo un decennio partirà per essere in prima linea e documentare i maggiori conflitti internazionali della nostra storia, dal Biafra, al Vietnam, ai mutamenti politici del Sudamerica – dove realizza un lungo reportage insieme a Graham Greene – fino alle più recenti guerre nella ex Jugoslavia e in Cecenia.



I reportage e le copertine di Romano Cagnoni sono apparse sulle più importanti riviste del secolo, dal Sunday Times a Life Magazine, da Paris Match a Stern, alle italiane Epoca e l’Espresso. Nel 1965 è stato il primo fotografo occidentale ammesso nel Vietnam del Nord, dove ha potuto fotografare Ho Chi Minh, il quale acconsentì a farsi ritrarre perché riconobbe in Romano Cagnoni “un ottimista, e gli ottimisti sono buoni rivoluzionari”.



Ha fatto proprio il concetto di Fotografia Totale, la più alta espressione che la fotografia possa raggiungere. “La Fotografia Totale racconta la storia dell’uomo, il rapporto con se stesso, con il prossimo e la società in cui vive.” ha scritto.

Nell’arco di più di sessant’anni trascorsi attraverso il mondo per documentare la condizione umana, le guerre, le rivoluzioni, Romano Cagnoni ha sempre sentito la necessità di realizzare una fotografia interessante, valida, soddisfacente da un punto di vista intellettuale.



“Ho sempre avuto questo tipo di mente perché anche da ragazzino leggevo libri seri. Il lavoro del fotografo è  raccontare quello che trova. Deve andare sul posto e  raccontare la verità attraverso le storie degli uomini” ha detto durante una delle sue ultime interviste. “In guerra tutti gli impulsi degli esseri umani sono costretti a rivelarsi. Non ci sono le tonalità e le sfumature del tempo di pace. Anche chi non combatte è soggetto alla guerra. E la macchina fotografica è lo strumento ideale per fermare questi  stati d’animo.”



La notizia della scomparsa del grande autore risale a poche ore fa e ci lascia tutti sgomenti. Soprattutto quanti hanno avuto l’onore di conoscere questo fotografo, ricorderanno la schiettezza nel condividere le proprie opinioni, la lucidità nell’analisi dei fatti del mondo contemporaneo e la curiosità perenne nei confronti del lavoro di altri fotografi, anche di quelli meno esperti, cui ha sempre dedicato attenzione, senza mai mancare all’appuntamento fisso con la riflessione, lo studio e l’approfondimento delle ricerche in ambito visivo. Voleva capire sempre di più Romano, voleva andare sempre più a fondo, voleva entrare nei fatti, nelle storie, cercando di restituirle nella sua interezza senza edulcorarle, senza ometterne alcun aspetto, con animo battagliero, che ostinatamente combatteva, senza misure e compromessi, la menzogna di una fotografia che non narrasse la verità del reale.

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