Joel-Peter Witkin è il fotografo autore delle celebri (famigerate?) immagini che hanno scioccato tutto il mondo in cui ritrae i cosiddetti freak, figure deformi, protesi o cadaveri messi in posa all’interno del set fotografico. Witkin spiega che le sue visioni, le sue “distorte” ricerche di una bellezza oltraggiosa e maledetta sono state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.

“Successe di domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa – racconta Witkin – Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli ma prima che potessi avvicinarmi di più qualcuno mi ha portato via”.

Joel-Peter Witkin è nato nel ’39 da padre ebreo e madre cattolica. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante in Vietnam. Tornato in Usa, dal 1967 inizia a lavorare come fotografo free lance  ad Albuquerque in Nuovo Messico. Witkin prepara da solo la scena dello scatto e ne studia meticolosamente i dettagli e la disposizione di essi preparando bozzetti e disegni. Il marchio di Witkin è senza dubbio l’utilizzo del bianco e nero con l’inserimento successivo di graffi e macchie sui negativi. La tecnica richiama il decadimento che subiva il negativo quando, da supporto per un ricordo di luce gioiosa, si trasformava “in una matrice dove le luci si manifestavano come ombre, i colori assumevano tonalità distorte e inquietanti. Queste striscioline di celluloide se ne stavano chiuse prudentemente nelle buste che ti restituiva il negozio all’angolo. Erano immagini che non si guardavano, né in privato né in pubblico, erano immagini tenute fuori dalla scena: erano o-scene“. Una interessante analisi dell’opera di Witkin che propone Germano Celant nel libro “Fotografia maledetta e non” che esplora l’opera dei fotografi definiti più “inaccettabili e oltraggiosi, eppure incredibilmente affascinanti”.

Joel-Peter Witkin insieme a suo fratello gemello, il pittore Jerome Witkin

 

 

 

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