La misteriosa vita della bambinaia fotografa

Il fascino della fotografa Vivian Maier è dovuto al mistero che circonda la sua vita e il suo lavoro. La vicenda della misteriosa bambinaia fotografa diventata un caso mediatico poco dopo la sua morte, nel 2009, è nota solo a grandi linee, così come nota è solo una piccola selezione delle sue immagini e una manciata di informazioni sulla sua vita.

Il prestigioso libro “Vivian Maier. Una fotografa ritovata” è un volume di 285 pagine sulle quali sono riprodotte 240 emozionanti fotografie in bianco e nero e a colori, edito da Contrasto, che grazie al testo introduttivo di Marvin Heiferman, esplora e celebra la vita e l’opera dell’autrice in una prospettiva precisa e attuale, analizzando il suo lavoro nel contesto della street photography americana contemporanea. Il libro, basato anche su una serie di interviste a persone che la conobbero, getta una nuova luce sulla vita e sulla sorprendente opera di Vivian Maier. Vivian Maier_GLa prima parte del volume è costituita infatti da una ricchissima biografia della misteriosa fotografa, accompagnata da numerosi scatti, in gran parte inediti, e anche dalle immagini degli effetti personali della fotografa, così come gli oggetti collezionati nella sua vita e mai prima d’ora visti. La raccolta di immagini comprende anche quelle scattate tra New York e Chigago, e che si concentrano ogni volta su un dettaglio, un volto, uno sguardo. Il libro svela il lavoro e la vita di un’artista estremamente riservata, che in vita realizzò un incredibile numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno.

 

Vivian Maier, la collezione ritrovata

Come per molti artisti rimasti sconosciuti durante la loro vita, Vivian Maier e, soprattutto, la sua vasta quantità di negativi è stata scoperta nel 2007 grazie a John Maloof, giovane figlio di un rigattiere che, volendo fare una ricerca sulla città di Chicago, e avendo poco materiale iconografico a disposizione, decise di comprare all’asta in blocco per 380 dollari il contenuto di un garage ricolmo di oggetti espropriati a una donna che aveva smesso di pagare l’affitto. Mettendo ordine tra cappelli, vestiti, assegni di rimborso delle tasse mai riscossi, Maloof scoprì una cassa piena di centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Dopo aver stampato alcune foto, Maloof le pubblicò su Flickr suscitando l’entusiasmo della rete e creando un fenomeno virale. A questo punto spinta da una crescente curiosità sulla donna che aveva scattato quelle fotografie, scoprì che Vivian non aveva famiglia e aveva lavorato per tutta la vita come bambinaia, quasi sempre a Chicago. Nel tempo libero amava fotografare con scene di vita quotidiana in grandi città americane, come New York, Chicago e Los Angeles.

Insieme ai suoi antesignani esempi di street photography, Vivian Maier scattò molti autoritratti, caratterizzati dal fatto che non guardava mai direttamente verso l’obiettivo, utilizzando spesso specchi o vetrine di negozi come superfici riflettenti. La sua vita può essere paragonata a quella della poetessa statunitense Emily Dickinson, che scrisse le sue riflessioni e le sue poesie senza mai pubblicarle e, spesso, addirittura nascondendole , tanto che furono ritrovate solo dopo la scomparsa della grande poetessa. Maloof, da quel momento, si è dedicato all’attività di divulgazione dell’opera della fotografa, organizzando mostre in tutto il mondo.

 

 

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