Le abitudini fotografiche sono cambiate, e molto, da quando gli smartphone hanno iniziato a integrare sensori e obiettivi di buona qualità e sono diventati lo strumento più diffuso per realizzare quelli che potremmo definire “appunti visivi quotidiani.”

Secondo stime recenti, stiamo raggiungendo l’astronomica cifra di 1.000 miliardi di immagini scattate ogni anno: in pratica ogni due minuti si realizzano più foto di quante l’umanità ne abbia prodotte nei primi decenni del secolo scorso. A questa incredibile progressione ha contribuito, ovviamente, la diffusione dei smartphone-photographysocial media e una sorta di “narcisismo digitale” che porta tutti noi a volere apparire sempre e comunque come protagonisti di uno story telling costante che speriamo sia apprezzato a colpi di “Like” e condiviso da più “amici” on-line possibili. Ma la mobile photography (o smartfotografia che dir si voglia…) è vera FOTOGRAFIA? sicuramente è una rivoluzione culturale, un nuovo codice di comunicazione universale, una moda travolgente.

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Un’interessante analisi del fenomeno è portata avanti da Irene Alison (l’autrice, a dispetto del nome, è napoletana) nel suo libro Irevolution – Appunti per una storia della mobile photography. Il libro è una riflessione intorno all’utilizzo del telefono cellulare come strumento di ripresa, al suo potenziale, i suoi limiti, il suo uso progettuale e autoriale, il suo impatto sul linguaggio visivo e sui meccanismi del mercato. È il tentativo di scrivere una storia del presente, ragionando su alcuni interrogativi: può la mobile-photography considerarsi un nuovo linguaggio, per il modo in cui influenza sia l’estetica della visione che le forme della comunicazione? La consapevolezza tecnica che c’è dietro la produzione di un’immagine da parte di un professionista fa la differenza rispetto al semplice gesto di premere un tasto su uno smartphone? In un mondo in cui ognuno, in qualsiasi momento, può registrare qualunque evento con il proprio telefono, che ruolo resta al fotografo professionista?  Di fronte alla frammentazione dello sguardo collettivo in miliardi di testimonianze visive quotidianamente prodotte, condivise e dimenticate, l’opera della Alison è utilissima per tentare di tracciare una mappa di una grande rivoluzione culturale ancora in fase di trasformazione e sviluppo.

 

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