2_maledettifotografi_logodi Enrico Ratto


Il 28 novembre del 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU autorizza l’intervento militare in Iraq. Una guerra ricordata oggi, oltre che per le lunghe dirette televisive, anche per le immagini di Sebastião Salgado dal deserto del Kuwait in fiamme.


Kuwait © Sebastião Salgado
Kuwait © Sebastião Salgado

Ogni fotografia ha sempre un prima e un dopo, così come ogni storia. La prima guerra del Golfo, scoppiata con l’operazione Desert Storm la notte del 17 gennaio 1991 viene di fatto autorizzata due mesi prima, con la risoluzione ONU 678 del 28 novembre 1990. Esiste poi un “durante”: tutti noi ricordiamo le dirette televisive della CNN (con gli scoop di Peter Arnett, unico reporter occidentale a Baghdad) di questa guerra che sembrava di transizione verso un nuovo modo di fare informazione.

Solo dopo mesi sono arrivate le fotografie scattate da Sebastião Salgado. Il primo Aprile del 1991 Salgado arriva in Kuwait, inviato per il New York Times Magazine, quando i bombardamenti sono ormai terminati ma si sta ancora consumando uno di più grandi disastri ecologici della storia recente. L’esercito di Saddam Hussein ha incendiato centinaia – 700, si è detto – di pozzi di petrolio nel deserto del Kuwait. Otto mesi dopo, alcuni pozzi bruciavano ancora.
Quando Sebastião Salgado arriva in Kuwait si trova sotto un cielo nero di polvere e fumo, il rumore delle fiamme impedisce agli uomini di comunicare, una scena apocalittica lunga mesi e mesi che alcuni eroi, così li definisce Salgado, tentano di arginare.
“Ricordo che il calore deformava gli obiettivi della mia macchina fotografica” ha scritto venticinque anni dopo Sebastião Salgado sul New York Times “le mie mascelle erano stremate dalla tensione per essere esposti ore ed ore a quelle temperature. C’era rumore, c’era puzza e c’era una continua paura di una grande esplosione. Ho capito immediatamente che avevo bisogno di attrezzature speciali se volevo fotografare da vicino quelle persone impegnate a spegnere gli incendi. Per fortuna, lungo la strada ho trovato calzature e indumenti protettivi lasciati nel deserto dall’esercito iracheno in fuga. Uno dei più grandi disastri ecologici della storia moderna.”


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