di Benedetta Donato

da IL FOTOGRAFO 286


Potremmo definire questo uno dei periodi più floridi per Peter Lindbergh, un maestro della fotografia mondiale, che intervistiamo alla vigilia dell’inaugurazione della più grande mostra antologica a lui dedicata, un progetto cui tiene moltissimo perchè, racconta «mi è stato detto che sono, se non il primo, uno dei primi artisti ad esporre ancora in vita con una mostra personale nella Kunsthal di Rotterdam. Prima di me, in questa sede, sono state accolte opere di artisti come Pablo Picasso, Alberto Giacometti e Keith Haring».
Entusiasmo che si lega ad una conferma importante, qual è stata la scelta operata da Pirelli di affidare per la terza volta al suo obiettivo, l’edizione di The Cal 2017.



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Karen Elson & Mila Jovovich, Los Angeles, 2000 © Peter Lindbergh. Courtesy of Peter Lindbergh, Paris / Gagosian Gallery

Lindbergh è stato l’artefice di una grande rivoluzione nel mondo della fotografia di moda: trasformare creature perfette ed inarrivabili come le top model, in donne terrene, dotate di umanità, facendole uscire da una gabbia patinata ed esaltandone il carattere. Erano gli inizi degli anni’90 quando il fotografo, grazie al sostegno della neodirettrice di Vogue, Anna Wintour, stupì il mondo offrendo un’immagine familiare delle divine modelle: poco trucco e indosso una semplice camicia bianca. Qualcosa di completamente diverso per la prima volta appariva sulla copertina della  rivista più autorevole in ambito di moda.
Da quel momento, ogni suo editoriale è divenuto un pretesto per mettere in scena e raccontare una storia di altra bellezza, che perde la propria attrattiva puramente estetica e si trasforma in esaltazione della personalità, della vulnerabilità e sensibilità di ogni essere umano e della donna in particolare. Fotografie meno impostate, apparentemente casuali, dotate di grande realismo e una malinconia che potremmo definire una reminescenza del passato, quasi un’eredità geografica dei cieli grigi e delle atmosfere cupe dell’ex Germania dell’Est. Il luogo di provenienza rimane come bagaglio visivo racchiuso in quelle fotografie scattate su letti disfatti, in vecchi teatri, lungo le strade di periferia o nei deserti. Sguardi sicuri di soggetti imperscrutabili, lasciano spazio all’incertezza e al mistero in momenti di silenzio decisivi.


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A sinistra: Carre Otis, El Mirage, California, 1996. © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Sorride quando definiamo la sua, come una carriera inarrestabile che ha imposto un modo nuovo di vedere e che semplicemente ci descrive come un insieme di tanti fattori: sperimentazione, tanto lavoro, coerenza e un pò di talento guidati da un chiaro punto di vista. «Non c’è mai stato nulla di difficile nel trovare la mia visione» afferma il fotografo « perchè si è rivelato un processo parallelo alla ricerca di cosa volessi esprimere e comunicare. Col tempo, ho iniziato a capire chi ero e dove volevo andare ed è questa la base da cui muove ogni manifestazione creativa, che si tratti di un fotografo, di un artista o di un musicista consapevole di avere qualcosa da dire».
Racconta di aver compreso l’importanza di ascoltare solo se stesso quando si tratta di dare un significato e un’impronta visiva al proprio lavoro e aggiunge: «diventa istintivo e naturale avere una determinata visione della realtà circostante, è un sentire in maniera automatica quel modo di fotografare le donne, le modelle, le attrici, gli uomini o qualunque altra cosa».


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A sinistra: Heidi Mount, Paris, 2008 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: Nadja Auermann, Tokyo, 1996 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Osservando le sue immagini si ha la sensazione che il fotografo riesca ad entrare in profondo contatto con ogni soggetto. Gli chiediamo quanto incida l’empatia nel suo lavoro. Riflette Lindbergh e definisce questa, «una parola molto potente», identificandola come «l’esperienza di capire una condizione altra, provare a comprendere le persone dal loro punto di vista… È il dono più importante ed è necessario per poter instaurare una relazione simbiotica con i soggetti, con i quali si condividono momenti incredibili, in cui si ha la sensazione che tutto possa accadere».
Il suo modo di vedere e raccontare le donne non appare cambiato nel corso del tempo. A questo proposito, ci racconta del progetto Reunion Story, film realizzato nel 2015 che ha visto riunite, dopo ben venticinque anni, le grandi top model immortalate dal suo obiettivo nel celebre scatto del 1990. Lo scopo di questo lavoro è stato restituire un tributo alla bellezza che lui definisce vera, senza interventi esasperati di manipolazione, per mostrare la carica di femminilità e carattere, di cui ogni donna è portatrice a qualunque età, purchè nell’immagine, ogni momento della vita, corrisponda al reale.


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A sinistra: Finca Lo Álvaro, Sevilla, 2010 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery A destra: Carolyn Carlson, Venice, 2000 © Peter Lindbergh Courtesy of Peter Lindbergh, Paris, Gagosian Gallery

Quello che è cambiato «è il mio modo di affrontare la realizzazione delle immagini e se sono più interessanti oggi di venticinque anni fa, è perchè ho superato tutte le paure e le incertezze e posso chiaramente vedere il fondo di ogni cosa».
Ci congediamo da Peter Lindbergh, dopo una lunga chiacchierata, chiedendogli quale atto rivoluzionario sarebbe auspicabile per la fotografia. Ci risponde parafrasando il maestro Zen Shunryu Suzuki: «esprimere noi stessi per come siamo senza aggiungere null’altro, sarebbe l’atto più rivoluzionario per la fotografia e per tutto il resto».


Peter Brodebeck, in arte Peter Lindbergh nasce nel 1944 a Leszno in Polonia.
In giovane età si in Germania, prima a Duisburg poi a Berlino per studiare all’Accademia di Belle Arti. Inizialmente si dedica alla pittura concettuale e scopre la fotografia che non è ancora trentenne. A Düsseldorf apre il suo primo studio ed inizia a collaborare con il magazine Stern. Nel 1978 si trasferisce a Parigi dove si occupa principalmente di fotografia di moda, immortalando top model e artisti.
Ha lavorato per i brand e le riviste  di moda più prestigiose, fra cui Vogue, The New Yorker, Harper’s Bazaar, Vanity Fair.
Rappresentato dalla Gagosian Gallery, le sue opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo, tra i quali si ricordano il Victoria & Albert Museum di Londra, il MoMA di New York, il Puskin di Mosca, il Centre Pompidou di Parigi.
Attualmente vive tra Parigi e New York.
L’edizione di The Cal 2017 porterà la sua firma.

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