di Francesca Marani


Bistrattata, sottovalutata, considerata di serie B e allo stesso tempo analizzata, comparata con altri generi, studiata dal punto di vista antropologico e sociologico, la fotografia di matrimonio ha una storia lunga e complessa come il rito sociale che rappresenta. Una storia che è destinata a evolvere e durare nel tempo poiché il matrimonio rimane una delle poche “circostanze speciali” in cui il pubblico si rivolge al fotografo professionista, perfino oggi che siamo tutti fotografi dilettanti e abili giudici delle nostre creazioni. D’altronde è innegabile, chi non vorrebbe ricordare i momenti salienti del “giorno più bello” attraverso il senso artistico, le qualità documentarie e lo spirito inventivo di un fotografo esperto? Oppure, si potrebbe dire, attraverso la poesia di uno sguardo autoriale? Una domanda lecita se si pensa al lavoro di Carlo Carletti, fotografo di matrimoni che ha fatto del proprio mestiere un’arte, dando vita a immagini suggestive al riparo dal sentimentalismo affettato di certi cliché, in cui sembra impossibile non scivolare quando si parla di cerimonia.

Nella tua biografia si legge di una laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Siena. Come maturi la scelta di diventare fotografo professionista?
«La fotografia c’è sempre stata, da giovane ero molto appassionato. Fotografavo tanto per diletto durante gli anni dell’università finché a un certo punto non mi sono reso conto che passavo più tempo a sperimentare in camera oscura e a frequentare i ferventi circoli fotografici senesi piuttosto che studiare per gli esami. Poi l’università l’ho conclusa lo stesso, laureandomi nel 1995, ma era chiaro che non avrei mai fatto l’avvocato. Dopo aver archiviato frettolosamente un concorso pubblico per qualche ministero, iniziai a fare il fotografo per professione, aprendo uno studio a Poggibonsi e da quel momento non ho più smesso».


«Ho sempre avvertito una forte suggestione per i temi barthesiani del doppio spazio temporale proprio della fotografia; per mezzo della quale il passato si ripresenta in quanto “è stato”, ma sempre all’interno della cornice del presente».
Carlo Carletti, Fotografie di matrimoni, Marsilio


Perché hai scelto la fotografia di matrimonio?
«Più che una scelta consapevole è stata una coincidenza di fattori a condurmi verso questo genere. Sono originario del monte Amiata, tra la provincia di Grosseto e quella di Siena, la famosa terra del Chianti, conosciuta in tutto il mondo per la sua bellezza. Una collocazione geografica che si è rivelata fondamentale per l’avvio della mia storia professionale. Nei primi anni Novanta, quando ho aperto lo studio, ho immediatamente intercettato il fenomeno dei cosiddetti destination wedding, come li chiamano gli americani, i matrimoni celebrati in località rinomate nel mondo. Moltissimi stranieri preferivano sposarsi in Toscana e si rivelavano sensibili al tipo di proposta che facevo loro, piuttosto inusuale per i tempi: una fotografia non celebrativa, ma narrativa, descrittiva. Offrivo il reportage di un giorno speciale piuttosto che un prodotto confezionato. La mia idea era quella di seguire un canovaccio per raccontare una storia».

Una visione originale rispetto all’idea che si ha abitualmente della fotografia di cerimonia. Come fu accolta inizialmente questa intuizione?
«Ammetto che non fu semplice proporre un servizio di quaranta foto in bianco e nero. Era un’idea che poteva sembrare surreale o assurda vent’anni fa, sicuramente faceva storcere il naso ai miei colleghi che da anni praticavano il mestiere. Tuttavia, ebbi la fortuna d’incontrare l’approvazione e soprattutto la fiducia dei clienti stranieri, forse meno digiuni di linguaggio fotografico e dai gusti più evoluti in materia. Ricordo il primissimo servizio che realizzai: dissi a una coppia inglese che non avrei fatto nulla di classico, ma che avrei realizzato un racconto, una storia e questi accettarono sulla base dell’entusiasmo. Mi diedero carta bianca e andò tutto meravigliosamente. Conservo ancora i negativi di quel matrimonio, un ricordo rimasto indelebile. Così ha avuto inizio la mia vicenda professionale».


«La fotografia non ricorda qualcosa, ma è in qualche indecifrabile maniera quella cosa stessa. Questo mistero della memoria presente è indiscutibilmente ciò che mi affascina di più in fotografia e nelle fotografie. Il resto è comunque secondario: bello o brutto, generi, stilemi, stile».
Carlo Carletti, Fotografie di matrimoni, Marsilio


Con gli anni il tuo impegno professionale ti ha visto protagonista nelle splendide cornici di Amalfi, Positano, Ravello, Portofino, Capri, Venezia, il lago di Como. Nel 2006 hai ricevuto il prestigioso riconoscimento Photographer of the Year. Ce ne parli?
«Assegnato dall’associazione americana WPJA – Wedding Photojournalist Association, è nato per connettere tutti i fotografi del mondo che si cimentano con il matrimonio raccontato utilizzando gli stilemi del reportage. Grazie al premio, che ho ricevuto con mia grande soddisfazione nuovamente nel 2009 – a oggi, sono il primo ad aver ottenuto due volte l’onorificenza –, ho potuto approfondire la conoscenza della professione, scoprendo nuove modalità operative e possibilità di narrazione per immagini. Confrontandomi con altri fotografi ho, inoltre, compreso come la fotografia di matrimonio possa aprirsi al campo della sperimentazione artistica e della ricerca d’autore. Le persone del resto si riconoscono sempre di più in questo genere di interpretazione spontanea e non artificiosa, affine al racconto reportagistico degli eventi. L’immaginario di riferimento, per intenderci, è quello del Bacio davanti all’hotel De Ville di Doisneau, l’idea della coppia colta nella sua intimità, una visione più contemporanea, meno solenne e formale».

Per realizzare questo genere di narrazione che tipo di relazione instauri con gli sposi?
Con quale approccio affronti il servizio fotografico?
«Di solito non incontro gli sposi prima del giorno fatidico. Non ho bisogno di sapere tutto di loro, della loro storia o dei loro parenti. Anzi, preferisco evitare una conoscenza approfondita perché questo mi permette di essere più curioso e, per certi versi, più lucido al momento dello scatto. Se entrassi troppo in empatia con i protagonisti, questo potrebbe inficiare il risultato finale. Ho bisogno di curiosità per fotografare, del brivido dell’imprevedibilità, anche perché dopo anni di lavoro, con l’esperienza accumulata, è difficile che non riesca a prevedere cosa sta per accadere. Così, cerco di abbandonarmi all’occasione, al caso, di spiare dietro le quinte e soprattutto di non partire mai con dei layout mentali. Attraverso il matrimonio, del resto, scopri tante cose e impari molto sulle relazioni, il rito, le società, le religioni, le culture. I matrimoni ebraici, per esempio, mi piacciono moltissimo per i grandi festeggiamenti che li caratterizzano».

Quali evoluzioni ha avuto il tuo lavoro nel corso degli anni?
«Il cambiamento più eclatante l’ho riscontrato recentemente, quando, in qualità di Ambassador Leica, ho tenuto un workshop sulla fotografia di matrimonio. In quell’occasione ho incontrato ragazzi giovani, informati e appassionati, che apprezzavano il mio lavoro e mi guardavano come si guarda a un maestro. Un tempo questo entusiasmo per la fotografia di matrimonio non c’era, anzi era impensabile. Oggi, al contrario, credo che in Italia si stia assistendo a uno sdoganamento. Sempre più persone intuiscono che anche la fotografia di matrimonio può avere, a suo modo, dei contenuti autoriali. Un passaggio chiave fondamentale, determinato in parte dalla crisi della fotografia professionale, è che molti autori di talento si sono ritrovati a misurarsi con la fotografia di matrimonio per le opportunità che offre, in primis quelle economiche. Un mutamento che ho potuto misurare io stesso, chiamato a esporre in varie mostre, vedendo le fotografie in pubblicazioni editoriali, producendo stampe in edizione limitata per il collezionismo. Si tratta di una grande novità, un campo che spero di esplorare sempre di più».

Nuove direzioni della fotografia di matrimonio?
«Sicuramente il cambiamento più significativo degli ultimi tempi è l’ingresso, direi consistente, delle donne. Siamo abituati a immaginare un uomo nelle vesti di fotografo di matrimonio. Invece, oggi, le donne stanno dicendo la loro. Frequentano workshop, si formano e realizzano un racconto “al femminile” molto poetico e più attento al dettaglio. Sono senza dubbio la new sensation del momento».


Carlo Carletti

Nasce a Casteldelpiano (Grosseto) nel 1966. A partire dalla fine degli anni Ottanta collabora come fotografo freelance con riviste e giornali toscani. Nel 1997 fonda, insieme ad Angelo Governi, lo studio Arte Fotografica a Poggibonsi (Siena) e inizia a dedicarsi alla fotografia di matrimoni che interpreta in chiave spontanea e reportagistica. Il suo lavoro compare in libri fotografici e mostre collettive e personali. Nel 2006 è nominato Photographer of the Year dall’associazione americana WPJA (Wedding Photojournalist Association), prestigioso titolo che vince per la seconda volta nel 2009. Nel 2013 pubblica per Marsilio Editori il volume Fotografie di matrimoni (a cura di Denis Curti) e l’anno seguente espone presso la galleria Still di Milano in una mostra fotografica dal titolo Scene da un Matrimonio. È nominato nel 2015 Leica Ambassador.

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