di Alessandro Curti

Anna Contro


Una stanza d’albergo asettica, tante storie che entrano ed escono dalla porta mantenendosi anonime: scopriamo il progetto del giovane fotografo bolognese.

Intraprendente ritrattista e personaggio di grande sensibilità, Francesco Ridolfi si avvicina al mondo della fotografia per una consapevole casualità. Dopo un percorso di studi lontano dalla fotografia, si accorge che da semplice compagno di viaggio l’affezionato hobby poteva diventare qualcosa di più. A oggi, con otto anni di esperienza professionale alle spalle, l’autore è un fotografo attivo sia in ambito commerciale che in ambito artistico e i suoi lavori vantano riconoscimenti e pubblicazioni in ambito nazionale e internazionale. Ha scelto come forma espressiva principale il ritratto perché «nessun soggetto mi seduce come il volto umano. E credo non ci sia niente di più affascinante che creare un contatto con i tuoi modelli: in quel momento le soggettività in gioco sono due e il fruitore è più libero di interpretare e di farsi coinvolgere».

 
Parliamo del tuo progetto. Come nasce Room 322?
«Tutto ha inizio due anni fa a Bruxelles, dove ho abitato per alcuni mesi. Prima dell’esperienza belga, non mi era mai capitato prima di avere in camera una vasca da bagno ed è così che ho scoperto un nuovo rito quotidiano, fino ad allora sconosciuto. Mi sono ritrovato a scegliere con cura quel momento in cui poter dedicare del tempo solo a me stesso, e per me era una novità. Grazie al contesto intimo e privato, i problemi vengono lasciati momentaneamente fuori dalla porta: si ha la mente sgombra da preoccupazioni, emergono dall’acqua sensazioni, emozioni, sentimenti e ricordi che siamo soliti non considerare. La nostra immaginazione sembra scandita dal ticchettio delle gocce nell’acqua. Si percepisce il silenzio e questo, insieme all’aria densa di umidità, favorisce l’isolamento. Cade ogni maschera e siamo nudi di fronte a noi stessi, sia spiritualmente che fisicamente. È da queste sensazioni che nasce il mio progetto fotografico. Volevo ottenere delle fotografie che restituissero queste emozioni allo spettatore e per farlo ho scelto la stanza di un albergo».

Perché proprio una stanza d’albergo?
«L’albergo ha per me il fascino del non-luogo. Si incontrano tante storie, cambiamenti continui e intrecci. Ogni cliente ha il suo vissuto personale che condivide tra quelle pareti sterili. La camera l’abbiamo ricreata in studio per avere maggiori libertà di scatto e per riuscire ad ottenere le luci  necessarie per ricreare quell’estetica algida, fredda e distaccata. Così come me l’ero immaginata, in totale contrapposizione con l’umanità espressa dai soggetti. Ho scelto il numero 322 perché fa riferimento al numero civico della casa dove sono cresciuto a Bologna».

Come hai selezionato i soggetti da inserire nella vasca da bagno?
«Ho scelto di collaborare con attori e modelli. Non c’è veridicità o spontaneità, ma la volontà cosciente di voler costruire una storia da raccontare. I miei personaggi sono stati scelti con cura perché era necessario che la loro fisicità intervenisse nella storia tanto quanto l’ambientazione e la scelta delle luci. La fotografia che ne risulta non racconta un’unica storia, deve ricreare un involucro per ospitare le storie dello spettatore, evocando riflessioni e chiavi di lettura diverse. Per astrarre i miei modelli e ricreare quella malinconia negli sguardi, necessaria per l’empatia con lo spettatore, alle volte mi sono servito di un sottofondo musicale, lasciando scorrere l’azione in modo da ottenere senza troppi sforzi il giusto equilibrio».

Perché in alcuni casi hai deciso di inserire due personaggi?
«Il bagno è il luogo dell’intimità per eccellenza; quando al suo interno si è in due cade il velo della privacy e i lati più nascosti di noi sono per una volta mostrati anche all’altro. Questo crea una forte e sincera confidenza capace di darmi nuove sensazioni e nuovi spunti».

Hai iniziato quasi da autodidatta, creandoti una professione e mettendoti in gioco. Cosa pensi della professione di fotografo al giorno d’oggi?
«Sono ottimista. Credo fermamente che la ricerca della qualità, quando ci sono talento e carattere, sia la strada da percorrere. Indubbiamente chi comincia oggi deve scontrarsi con un mare in tempesta: è tutto molto complicato, la concorrenza è spietata e il rischio di fallimento è dietro l’angolo. Consapevoli di questo, bisogna insistere per trovare la propria strada con coraggio, passione e tanta dedizione. Un consiglio che mi sento di dare è quello di crearsi una fitta rete di contatti e mantenere buone relazioni all’interno dell’ambiente, perché spesso sono necessarie per ottenere dei risultati professionali».

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