di Alessandro Curti

Architetto, fotografo, scultore, direttore artistico e regista: questo è Piero Gemelli.
Un artista completo, poliedrico e capace di passare da un progetto all’altro con straordinaria naturalezza. La sua carriera è come un racconto cinematografico, in cui la storia è nel pieno dello svolgimento e ancora da scrivere. Piero Gemelli afferma di aver sempre lavorato con i mezzi che aveva a disposizione, tentando costantemente di ottimizzarli per ottenere il massimo. Il suo percorso professionale è costellato da importanti e prolungate collaborazioni con Vogue, Shiseido, Montblanc, Tiffany. il suo studio è un luogo dove la vita quotidiana si intreccia a doppio filo con il lavoro professionale, con una racconto fotografico intimo e in divenire.


Dai suoi esordi, lo scenario lavorativo è cambiato molto. Può raccontarci il suo impegno professionale e il suo modo di incontrare il mondo?
«La nostra storia è depositata in noi, al nostro interno, a memoria e materia della nostra creatività. Ritengo che il processo creativo si sviluppi su due binari quasi sempre paralleli, talvolta sovrapposti, comunque composti dal sentire dettato dall’inconscio e dal raziocinio che, nell’attività professionale, si concretizza nella professionalità. L’inconscio crea la base emotiva dell’idea creativa, mentre, il secondo, offre la struttura necessaria per organizzare e realizzare la visione di quel sentimento che percepiamo per renderlo visibile agli altri. Bruno Munari diceva che la fantasia permette di pensare qualsiasi cosa, ma solo la creatività è in grado di renderla concreta e realizzabile.
Alla mia storia concorrono passioni contrapposte e interessi solo apparentemente contraddittori. Si è sviluppata tra desideri non manifestati e casualità volontariamente cercate. È questo il meccanismo che sta alla base del lavoro. Ho sempre cercato un punto di equilibrio tra la libertà creativa e i limiti racchiusi nelle richieste dei clienti. In questa continua ricerca tra la progettualità dell’architetto e l’anarchia emotiva del creativo, ho sempre trovato il modo di raccontarmi; per fortuna, senza avere mai avuto la sensazione di esserci riuscito fino in fondo, altrimenti il gioco sarebbe già finito».


L’esperienza con la rivista Vogue ha permesso di iscrivere il suo nome tra i maestri della fotografia di moda. Che avventura professionale è stata?
«Il periodo di Vogue, una delle mie casualità cercate, e gli studi di architettura sono alla base della mia formazione e della mia professionalità. Erano gli anni Ottanta, un periodo di grande libertà creativa pur in un contesto commerciale. Intorno a un’immagine giravano grandi interessi. Il raffronto del tuo lavoro avveniva con professionisti di grande spessore.
Ogni scatto si traduceva in una sorta di test riferito alla capacità di meritare quella posizione raggiunta e al tuo valore, anche economico, su quel palcoscenico mediatico. Non ho mai avuto input, condizionamenti, richieste precise di dover lavorare in un certo modo basandomi su canoni preesistenti o su fotografie di riferimento. Sono stato libero di interpretare la consegna, rispettando sempre i parametri commerciali del cliente, del giornale e dell’azienda».


Dualismo e contrapposizioni che si tengono in reciproco equilibrio stanno alla base del tuo lavoro. Come traduci questo concetto in fotografia?
«Il dualismo, la contrapposizione di forze, gli opposti in contrasto sono il motore dellacreatività, ma soprattutto del mio sentire sempre alla ricerca di quel punto di equilibrio tra desiderare e avere. Ne ho fatto la mia cifra creativa portando avanti una scelta che metto in continua discussione per verificarne la validità, cercando di darle più forza indagando le ragioni della sua corrispondente opposta. Vivo immerso nella tensione tra essere e divenire che cerco di fotografare, per far mio quell’attimo esistito solo per me e in quel preciso momento, forse illusorio, di una realtà immaginata e mai realmente esistita. Quel che resta fissato nella pellicola già sensore è un’immagine che racconta solo parzialmente una visione, lasciando a chi guarda il compito di offrire la sua personale interpretazione, guardandola con gli occhi della propria emotività e della sua memoria intima».


Con il modello o con la modella, che rapporto si sviluppa? Come rendere visibile, vivo, l’animo delle persone che stanno dinnanzi all’obiettivo?
«Anche in questo caso, nel ritratto, nego per affermare. Non mi interessa chi sia il soggetto, la modella che ho davanti, la sua interiorità, il suo pensiero… mi interessa solo quali emozioni sia in grado di suscitarmi e quali siano le emozioni che si scatenano, dopodiché agisco generando una reazione inevitabile, che scatena il gioco delle contrapposizioni. Il desiderio di raccontarsi reciproco, tra il modello e me, si organizza in una visione che cerco di cogliere, fermando un mio pensiero e cercando di mostrare un aspetto, magari meno evidente o in parte tenuto nascosto, anche in maniera volontaria, dal soggetto stesso.
Tutto si realizza in quella tensione di un tempo sospeso e mai davvero esistito, ma solo immaginato e creato da noi due. Se una persona o un oggetto non mi piace, per ragioni professionali lo fotografo ugualmente e ne estraggo un’immagine ben fatta, ma sono convinto che così facendo nessun viaggio, nessun mondo, nessun ricordo sia più condiviso. Il viaggio vale per il viaggio stesso, non solo per la meta».


Cos’è la fotografia oggi? Crede che sia maggiore la volontà di raccontare la propria interiorità o di apparire, indossando una maschera fittizia? Quale futuro vede per questo settore?
«La fotografia sta diventando oggi un linguaggio sempre più adulto, trasversale, un linguaggio immediato, grazie anche alla grandissima facilità di accesso e all’illimitata democraticità del mezzo. Viviamo in un mondo che produce immagini continuamente e di loro si nutre millantandole spesso per verità. La fotografia non documenta una realtà, ma la manipolazione che se ne fa con il personale punto di vista, con una determinata inquadratura, un’esposizione. Tutti, veramente tutti, fanno fotografie per mostrare, credere, ricordare, apparire, dimostrare. Pochi, davvero, sono in grado di utilizzarla per un proprio e più completo racconto – e credo che saranno proprio questi a emergere –.
Restano queste persone, coloro che hanno qualcosa da raccontare e che riescono a farlo con la fotografia. Fondamentale è il viaggio del racconto e non la meta del risultato tecnico, o peggio, del virtuosismo di maniera, che spesso si insegue per dare una vita illusoria a immagini normali che nulla hanno di speciale».

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