Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, diretto da Giorgio Baldo, ha deciso di offrire ai cittadini e agli appassionati una serie di esposizioni a cadenza annuale sul tema della fotografia in Italia con un focus particolare sui fotografi del triveneto.Il primo appuntamento espositivo si inaugura il 22 settembre; con la collaborazione del Comune di Torre di Mosto e della Fondazione Terra d’Acqua, e con il patrocinio della Fondazione di Venezia e della Casa dei Tre Oci, la mostra, curata da Nicola Bustreo, segna un traguardo raggiunto ed è il punto di arrivo di una serie di conferenze, approfondimenti, incontri tra fotografi e critici proposti nel corso del 2017-2018 all’interno della rassegna dal titolo Speech photography wrestling, che verrà riproposta in modo stabile assieme ad altre iniziative collaterali a partire dal 2019

L’esposizione è divisa in tre sezioni: Specchio, Finestra e Mosaico

SPECCHIO è dedicata all’autoritratto. Fotografi: Adriana Iaconcig, Ivana Galli, Mirella La Rosa, Sofia Uslenghi, Francesca Della Toffola, Elena Soloni

FINESTRA presenta quegli autori che, in apparenza, hanno svolto un’attività documentaristica del mondo che li circonda, ma che in realtà si sono distaccati dalla tradizione, finendo per infrangere la linearità della fotografia e la sua inevitabile singolarità legata al reportage. Fotografi: Renato D’Agostin, Franco Bovo, Stefano Ciol, Francesco Finotto, Monia Perissinotto, Roberto Ramirez, Luis Sobie, Umberto Verdoliva

MOSAICO offre uno sguardo più contemporaneo e una libera fruibilità dell’artisticità della produzione fotografica: strutture complesse e non sempre classiche di rappresentazione producono interessanti variazioni sulla tecnica fotografica. Fotografi: Alessandra Bello, Ugo Carmeni, Carlo Chiapponi, Edoardo Cuzzolin, Antonio Lovison, Massimo Stefanutti, Michele Tajarol, Alberto Vidissoni

Il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto: Mirrors, Windows, Mosaic

Oggi il progetto “Snake Skin” di Carlo Chiapponi, realizzato con un iphone, che strappa il velo luminoso della realtà percepita, attraverso la forzatura di acquisizione dell’immagine del cellulare. 
Come un’estensione della nostra mano, il cellulare si muove nello spazio, modificando costantemente la velocità e la distanza angolare dal soggetto in fase di acquisizione dell’immagine. La fotografia si trasforma così in un atto performativo, non più legato ai canoni tradizionali di staticità dell’apparecchio fotografico.
Come un serpente che muta la propria pelle, la fotografia muta anch’essa la propria pelle, mantenendo inalterata la propria essenza. Vilém Flusser parla della macchina fotografica definendola come una black box, un apparato nel quale il fotografo deve cercare i confini delle capacità di acquisizione del mezzo. Clément Chéroux invece stigmatizza le possibilità dell’errore fotografico come via creativa inaspettata.
Il pensiero dell’autore è che questo progetto possa mettere assieme queste due prospettive, realizzando una percezione contemporanea della realtà che ci circonda, sempre più frammentata, incompleta di senso, ed in costante trasformazione.